LE STORIACCE DIMENTICATE: QUANDO L’INTER È RETROCESSA MA FU ‘SALVATA’ DALLA GAZZETTA

C’è una squadra, tra quelle che militano nel campionato di serie A, a non aver mai disputato neanche una stagione in Serie B. Quella squadra é l’Inter ed i suoi tifosi si vantano, giustamente, di non essere mai stati in B.

La conosciamo, l’Inter, soprattutto attraverso le parole dei suoi tifosi, i quali sanno di fare il tifo per una squadra magari non delle più vincenti, ma sicuramente la più onesta e, come abbiamo detto, che mai ha conosciuto l’onta della retrocessione nella serie cadetta. Ma qui c’è già un errore piccolo ma non trascurabile: l’Inter in B non ha mai giocato, ma ciò non significa che non sia mai tecnicamente retrocessa. Torniamo indietro nel tempo. No, non fino al 1910, quando cioè l’Inter vinse il suo primo scudetto. No, basta tornare al 1922.

Nel ’22 non si disputa un solo campionato ma due, come due erano le federazioni: la Cci e la FIGC. L’Inter gioca nel CCI e, purtroppo, arrivò ultima. Il regolamento prevedeva la retrocessione diretta per le squadre le ultime due classificate di ogni campionato. Pertanto, per il girone CCI, sarebbero dovute retrocedere il Brescia e l’Internazionale. Ma la situazione della compresenza delle due federazioni non era sostenibile, era necessario fare qualcosa affinché il campionato italiano di calcio fosse uno solo.

Si dibatte a lungo sulla questione, ma è Emilio Colombo, commendatore milanese direttore, guarda un po’ i corsi ed i ricorsi della storia, della Gazzetta dello Sport a risolvere la questione, proponendosi come arbitro della vicenda. Così, tre mesi dopo la fine del campionato, si decise di riassorbire la CCI all’interno della FIGC, tornando al campionato unico. Per una logica incomprensibile allora come oggi, si decise di assegnare gli ultimi sei posti del successivo campionato attraverso degli spareggi tra squadre delle due federazioni.

La CCI decise di far disputare un turno preliminare tra le sole squadre del nord Italia, retrocedendo automaticamente quelle del centro e del sud, compreso il Venezia, che pure si era salvata giungendo terzultima nel campionato. In questo modo, allo spareggio preliminare giunse l’Inter, che sconfisse a tavolino la Sport Italia Milano, squadra praticamente fallita che non riuscì a schierare una squadra da contrapporre ai milanesi.

Il turno successivo venne disputato dall’Inter contro un’altra squadra in disarmo per problemi economici, la Libertas Firenze. Pertanto l’Inter, grazie al maggior quotidiano sportivo, venne salvato dalla serie B. (A onor del vero il campionato di Serie B come lo intendiamo oggi non sarebbe esistito fino al 1930, ma vi erano comunque le serie minori, a livello regionale). Dovremmo dunque correggere il “mai stati in B” con il più corretto “mai stati mandati in B“.

LE STORIACCE DIMENTICATE: L’ARBITRO UNGHERESE CHE DENUNCIÒ TENTATIVO DI CORRUZIONE DI MORATTI

“Angelo Moratti era un imbroglione e l’unica cosa buona che si possa dire di suo figlio Massimo è che s’è messo alle spalle le malefatte del padre”. Questo è quanto incredibilmente sostenuto sabato dal londinese Times che ha ripreso – nella rubrica di Brian Glanville titolata sulla “storia gloriosa ma macchiata” dell’Inter – la confessione dell’arbitro ungherese Gyorgi Vadas su un tentativo di corruzione da parte di Moratti sr. prima della semifinale di Coppa Campioni col Real Madrid del 20 aprile ’66: denaro, orologi d’oro ed elettrodomestici in cambio di rigori.

Il quotidiano scrive dunque che “le vittorie dell’Inter degli anni ’60 furono frutto di corruzione e imbrogli nei quali Angelo Moratti giocò un ruolo cruciale in un sistema messo in piedi da due uomini ora deceduti: Deszo Holti, faccendiere ungherese, e Italo Allodi”, definito “serpentine”.

L’Inter, si sostiene in maniera molto discutibile, fece offerte per tre anni consecutivi agli arbitri delle semifinali e le prime due volte, nel ’64 e ’65, la cosa funzionò, ai danni di Borussia e Liverpool. La terza no, perché Vadas (le cui rivelazioni furono pubblicate nel libro di un giornalista ungherese), rifiutò una somma con cui avrebbe potuto comprarsi 5 Mercedes: 10 per un rigore all’ultimo, addirittura 25 per un rigore ai supplementari. Il giorno della partita Vadas fu ospite di Moratti nella sua villa e ricevette un orologio d’oro. Moratti promise anche televisori ed elettrodomestici.

Ma Vadas non aiutò i nerazzurri a rimontare lo 0-1 dell’andata, la gara finì 1-1 e fu la sua ultima apparizione internazionale. L’articolista del Times si chiede infine il perché di questo strano debole degli italiani per i “condottieri” alla Moratti, citando gli attuali tentativi per ripulire l’immagine di Mussolini. Una bella palata di fango su vivi e morti. (fontr: la repubblica 2003)

LE STORIACCE DA CONDIVIDERE: QUANDO L’INTER FALSIFICÒ DOCUMENTI E SAREBBE DOVUTA RETROCEDERE

Cosa pensereste di una situazione nella quale esiste un regolamento ben preciso che viene rispettato senza alcun problema fino a quando, però, non vengono toccate persone che, diciamo così, godono di protezioni di un certo tipo e, piuttosto che vedersi colpite per la violazione di quelle norme, fanno pressione affinchè proprio quelle regole vengono cambiate? Assurdo, eh?

Ebbene, è quanto accaduto al calcio italiano tra il 2000 e il 2001. Esisteva, allora, una regola, esattamente la 40 settimo comma delle NOIF della FIGC, che prevedeva che le squadre del campionato di calcio non potessero schierare più di 5 giocatori con passaporto extracomunitario. Accadde però che quella norma venne violata da alcune società, senza perà che queste fossero punite come meritavano (ossia in base a quanto previsto dal regolamento), ma soltanto multate con la squalifica dei calciatori coinvolti e l’inibizione dei dirigenti coinvolti, oltre ad una irrilevante sanzione pecuniaria. Questo perché la regola che ne avrebbe decretato penalizzazioni a livello sportivo, fino alla retrocessione, venne abolita. Anzi, si fece peggio: il processo venne rimandato alla fine della stagione in modo da avere il tempo per cambiare la regola.

Entriamo un po’ più nel dettaglio della vicenda in modo da capire quali siano i soggetti coinvolti.

Recoba arriva all’Inter nel 1997, assieme al Fenomeno Ronaldo. Sembra essere promettente ma ancora acerbo. Viene mandato a Venezia a farsi le ossa e, in effetti, in laguna il Chino disputa un grande campionato. A fine stagione l’Inter lo richiama in squadra ma emerge un problema: l’Inter ha già in rosa 5 extracomunitari, ossipassaportorecobaa Ronaldo, Jugovic, Simic, Cordoba e Mutu. Come fare? Semplice, il 12 settembre del 1999 Recoba ottiene il passaporto comunitario. E dire che già nel 1997 venne cercato, invano, un qualche avo spagnolo per poter tesserare Recoba come comunitario…

Recoba esplode e Moratti gli regala un contratto da record, addirittura di 15 miliardi di lire a stagione più bonus vari. Recoba disputa quell’anno 29 presenze realizzando 8 reti.

Accadde però un fatto: durante una trasferta per una gara di coppa Uefa, il 14 Settembre del 2000, alla frontiera polacca due calciatori dell’Udinese, tali Warley e Alberto, vennero fermati perché in possesso di passaporti falsi. Scoppia lo scandalo passaportopoli, che coinvolge le società Inter, Lazio, Roma, Milan, Udinese, Vicenza, Sampdoria, i giocatori Recoba, Veron, Fabio Junior, Bartelt, Dida, Warley, Jorginho, Alberto, Da Silva, Jeda, Dedè, Job, Mekongo, Francis Zé e i dirigenti Oriali, Ghelfi, Baldini, Cragnotti, Governato, Pulici, Pozzo, Marcatti, Marino, Sagramola, Briaschi, Salvarezza, Mantovani, Arnuzzo, Ronca. Il 30 gennaio 2001 durante un’ispezione nella casa di residenza di Recoba venne accertato che anche il passaporto del Chino era falso.

La prima reazione dei nerazzurri non può che essere di sdegno e una decisa presa di distanza dal fattaccio. Poi però si scopre che fu Oriali, dirigente interista, su suggerimento di un altro personaggio che ha sempre fatto della sportività e della correttezza il suo vanto, Franco Baldini, dirigente della Roma, a contattare tale Barend Krausz von Praag, oscuro faccendiere per risolvere la vicenda del passaporto di Recoba.

Insomma, l’Inter del tutto estranea alla vicenda non era, al punto che Oriali andò a Buenos Aires proprio per ottenere il documento e, secondo Barend Krausz von Praag (lo ha dichiarato durante un interrogatorio), aver anche pagato 80 mila dollari per conto della società per il disbrigo della pratica.

Siccome tante erano le società coinvolte nello scandalo ma ancor di più quelle del tutto estranee, ci si pose il problema di sanzionare i comportamenti illeciti. Già ma come? C’è il precedente, proprio in quei mesi, del medesimo scandalo che ha portato, in Francia e Spagna, alla sospensione dei giocatori e alla penalizzazione delle società coinvolte. Qualcuno, guarda un po’, spinge per il colpo di spugna ma la cosa è impraticabile, si perderebbe del tutto la faccia!

Inizia il processo e le società, Milan e Inter in testa, hanno paura. Il rischio è quello di addirittura retrocedere (visto che andrebbe penalizzata la squadra per ogni partita in cui ha schierato il giocatore), la certezza sarebbe quella della non partecipazione alle coppe europee. Galliani si ribella e studia la scappatoia: se si riuscisse, contemporaneamente, a prolungare il processo fino al termine del campionato, per poi cambiare la regola (la famosa 40 NOIF), si potrebbero rendere meno gravi le sanzioni.

Mica male, eh? Se una cosa che è reato non lo è più perché si cambia la regola ecco che tutto assume una dimensione diversa. Moratti dichiara: “Se squalificano Recoba e poi la giustizia ordinaria lo assolve, chi ci restituisce squalifiche e penalizzazioni?” per spingere affinchè sia preso il dovuto tempo prima di emettere le sentenze. Strano, qualche anno dopo fu ritenuto sacrosanto svolgere un processo sportivo in pochi giorni, comminando sanzioni assurde ad alcune squadre e ignorando le prove a danno di altre e ben prima che la giustizia ordinaria facesse il suo corso…

Sta di fatto che poi anche la giustizia ordinaria condannerà Recoba e Oriali, ma l’Inter non avrebbe pagato con penalizzazioni in classifica per tutti i punti ottenuti in modo illecito.

Il 3 maggio del 2001 arriva il provvedimento che tutti i coinvolti nella vicenda aspettavano: cambia la norma relativa al tesseramento e impiego dei calciatori extracomunitari. Mancano sei giornate alla fine del campionato. Il processo si svolgerà a campionato finito e le sanzioni saranno ben più leggere rispetto a quanto avrebbero dovuto essere, poiché la norma era cambiata e le violazioni del regolamento, pertanto, erano meno gravi.

Il 27 giugno 2001 la Commissione disciplinare della Lega Calcio emette la sentenza di primo grado: tra le altre, Inter condannata ad una ammenda di 2 miliardi di lire mentre Recoba punito (come anche Dida e tanti altri), con un anno di squalifica. Tra i dirigenti, Oriali è stato condannato ad 1 anno di inibizione.

La Commissione di Appello Federale conferma le sanzioni. Anche la giustizia ordinaria fece il suo corso e, il 25 maggio 2006 condannò, in via definitiva, Recoba e Oriali che ricorsero al patteggiamento, ottenendo una pena di 6 mesi di reclusione con la condizionale per i reati di ricettazione e concorso in falso, commutati in multa da 25.400 euro.

Una vicenda che, esattamente come le altre raccontate fino qui (e come quelle che racconteremo in seguito), non può gettare ombre sull’onore dell’unica squadra onesta del campionato di calcio italiano. A volte, si sa, capitano certe cose, come, ad esempio, taroccare passaporti, evitare retrocessioni, vincere uno scudetto con l’inganno e vedere le proprie intercettazioni dimenticate nel processo più importante della storia del calcio italiano; sono cose che succedono ma che non possono assolutamente significare che anche l’Inter ha qualche scheletro nell’armadio, quasi fosse come la Juve (magari con qualche vittoria in meno).

Per la settimana del prescritto, ossia quella che precede la partita Juve-Inter, domani si parlerà del famoso rigore di Ronaldo per fallo di Iuliano del 1998 che la leggenda vuole abbia fatto perdere lo scudetto ai nerazzurri.

LE STORIACCE DA CONDIVIDERE: IL PRIMO SCUDETTO DELL’INTER FU VINTO COL TRUCCO

Il primo episodio poco chiaro nella storia centenaria dell’Inter è relativo, guarda un po’, proprio alla conquista del primo scudetto, nell’anno 1910. In quei remoti tempi, c’era una squadra, la Pro Vercelli, che faceva incetta di vittorie. Una cosa impensabile, oggi, ma quello era un calcio diverso, dove a trionfare era spesso la presenza di un vivaio organizzato e di una rete di osservatori capaci che era in grado di scovare potenziali campioni negli sperduti campi di periferia. In quel 1910 la Pro Vercelli arrivava da due titoli consecutivi vinti ed anche in quella stagione sembrava non avere rivali.

Ma proprio nello scontro diretto contro l’Inter la marcia trionfale dei piemontesi si inceppa e i nerazzurri vincono per 2-1 a Vercelli, dando il via alla rimonta milanese che porterà le due squadre all’ultima giornata di campionato con gli stessi punti. Il regolamento prevedeva lo spareggio e spareggio fu.

Subentrò però subito un problema: delle tre date comunicate dalla Federazione come ideali per lo svolgimento dello spareggio, due erano fortemente svantaggiose per i piemontesi. Le date erano il 17 aprile, il 24 dello stesso mese o il primo di maggio. Il 17 aprile, come ricorda con dovizia di particolari il sito La Banda degli Onesti, alcuni giocatori della Pro dovevano disputare un torneo universitario mentre il 24 altri tre giocatori dovevano giocare nella rappresentativa del 53° Reggimento Fanteria una partita valevole per la Coppa del Re. A quei tempi, non era possibile, per i giocatori convocati, non rispondere alle convocazioni neanche per un motivo piuttosto valido come quello della finale per l’assegnazione dello scudetto.

Restava il primo maggio disponibile e quella gara fu scelta dalla Pro Vercelli. L’Internazionale non era dello stesso parere, stranamente per una società che fa dell’onestà la sua bandiera fin dalla notte dei tempi e fece pressione affinché la gara si disputasse il 24 aprile. La Federcalcio, rendendosi protagonista del primo episodio di quell’imparzialità all’italiana che poi si sarebbe manifestata in molte altre occasioni nei decenni successivi, sceglie proprio il 24 aprile.

La Pro Vercelli, scandalizzata, decide così di manifestare il proprio disappunto schierando una squadra di ragazzini la cui età era compresa tra gli 11 ed i 15 anni. Non solo, il capitano dei vercellesi, quel Sandro Rampini che della squadra piemontese diventerà grande goleador, consegna, all’ingresso in campo, una lavagnetta al capitano dell’Inter, Fossati, in modo che questo potesse tener conto dei gol che realizzeranno contro i poveri ragazzini.

Uno smacco. L’Inter infatti vinse per 10 a 3 e ottenne il primo scudetto della sua storia. Uno scudetto vinto in modo non proprio onorevole. Qualcuno, maliziosamente, direbbe che chi ben comincia è a metà dell’opera o, rischiando di abusare dei modi di dire, che se il buongiorno si vede dal mattino…

L’ESPERTO PROCURATORE RIVELA I PIANI DI MAROTTA:”LO CONOSCO TROPPO BENE,VI DICO CHI PRENDE”

Davide Torchia, esperto agente di calciatori e grande conoscitore della dirigenza bianconera, ha parlato nell’edizione odierna di Tuttosport del mercato juventino. Con gli acquisti di Pjanic e Dani Alves la Juventus ha una dimensione più da Champions?
«Sono due rinforzi di livello internazionale. Dani Alves è una certezza assoluta, Pjanic una certezza in prospettiva. Conosce il nostro campionato ed è abituato alle pressioni avendo giocato alla Roma. Poi, per vincere la Champions, oltre ché essere bravi, servono una serie di variabili favorevoli. Però due giocatori così alzano il livello tecnico e i bianconeri hanno qualche speranzina in più…».

Si sarebbe mai immaginato che un giocatore del Barcellona sarebbe arrivato alla Juventus?
«E’ innegabile che l’appeal dei bianconeri sia cresciuto: 5 scudetti, Coppe Italia, Supercoppe, una finale di Champions sono un bel biglietto da visita. E attraggono giocatori che vogliono vincere. Tre anni fa Dani Alves non sarebbe mai venuto a Torino… Però, tra le due operazioni, ciò che più mi ha impressionato è stato sottrarre Pjanic alla Roma. Marotta e Paratici hanno compiuto un colpo eclatante togliendo l’uomo cardine alla concorrenza. E’ come vincere uno scontro diretto».

Due acquisti e un addio doloroso, quello di Morata…
«Io non sarei così convinto che Morata non possa tornare a vestire la maglia bianconera. Conosco troppo bene la dirigenza bianconera e non mi stupirei che continui a lavorare per riportarlo a Torino».

E’ una sensazione o ha notizie dirette?
«No, solo sensazioni. Morata ha le caratteristiche per giocare in Italia e in Spagna, pur fortissimo lo vedo meno bene in Premier. Si è inserito perfettamente nel nostro campionato e nella Juventus, non mi stupisco che abbia nostalgia dell’Italia. Ed è quello lo spiraglio che Marotta e Paratici proveranno ad aprire».

Se non dovesse tornare, su chi dovrebbe puntare la Juventus in attacco?
«Non ho dubbi, Alexis Sanchez. Segna, ha tecnica, s’inserisce negli spazi, conosce già il nostro campionato. E’ un altro Tevez, perfetto per i bianconeri».

E’ una trattativa difficile strapparlo all’Arsenal?
«I club inglesi hanno uno strapotere economico che permette loro il lusso di tenere i campioni e di pagarli più del loro valore. Questo non vuol dire che siano più bravi altrimenti vincerebbero sempre la Champions, invece… Comprando tanti campioni c’è però il rischio che qualcuno si perda e la Juventus può puntare proprio su questo».

Per il centrocampo bianconero, invece?
«Ma siamo sicuri che alla Juve serva un altro rinforzo nel mezzo? Se Lemina resta direi che sono a posto così, nonostante l’assenza di Marchisio fino all’autunno. Ricordiamoci che con le nuove regole i giocatori in rosa sono 21 perché gli altri quattro devono provenire dal vivaio: entra qualcuno soltanto se c’è un altro che esce».

Se fosse il procuratore di Pogba che cosa gli consiglierebbe?
«Se l’ambiente juventino lo soddisfa, se ha l’adrenalina per dare l’assalto al sesto scudetto e per tentare di vincere la Champions gli direi di restare. Se invece ha bisogno di nuovi stimoli allora lo farei partire. Non deve però essere una scelta di vita, è così giovane che avrà sicuramente altre chance. E non è neppure una questione di soldi perché non è un giocatore all’ultimo contratto. A queste considerazioni occorre però fare una premessa».

Quale?
«Che ci sia un club disposto a soddisfare le richieste della Juventus. Siamo sicuri di offerte da 120 milioni? E’ una cifra molto importante per un fuoriclasse che però non è un attaccante come Messi o Ronaldo».

C’è una squadra che può ostacolare la Juventus nella conquista del sesto scudetto consecutivo?
«Il Leicester insegna che ci possono essere sempre delle sorprese. Se un club riesce a trovare una formula vincente in poco tempo allora potrebbe esserci più equilibrio. Inter e Milan sono però alle prese con i cambi di proprietà, la Roma è in costruzione. Il Napoli garantisce continuità e ha un grande allenatore: se la grana Higuain non inciderà più di tanto saranno ancora i partenopei i più accreditati antagonisti dei bianconeri».

L’ESPERTO DI MERCATO PEDULLÀ: “HO SCOPERTO UN AFFARE CERTO DELLA JUVE”

Presente ad “Aspettando calciomercato”, su Sportitalia, il giornalista Alfredo Pedullà ha fatto il punto sulla situazione di Gianluca Lapadula, attaccante del Pescara corteggiato dalla Juventus: “L’agente di Lapadula, Libertazzi, ci ha dato ragione sul fatto che sia arrivata un’offerta non congrua, ma ho scoperto e ve lo posso garantire che la Juve andrà fino in fondo per chiudere adesso questo affare, è una cosa certa. La trattativa verrà ultimata a gennaio per giugno. Magnusson del Cesena, di proprietà della Juve, piace al Pescara”

L’AGENTE – Gianluca Libertazzi, procuratore di Gianluca Lapadula, ha parlato ad “Aspettando calciomercato”, su Sportitalia: “Sì, c’è l’interessamento della Juve. C’è stata anche un’offerta ma non era quella giusta, tanto che il calciatore quasi sicuramente non lascerà Pescara in questa finestra di mercato. Se arriverà un’offerta giusta se ne riparlerà a giugno”.

L’ESPERTO AGENTE SGANCIA LA BOMBA: “ALLA JUVE ARRIVA UN SUPER BOMBER” E FA IL NOME

La stagione della Juve è iniziata proprio ieri, a disposizione di Max Allegri una rosa assolutamente sperimentale con i vari nazionali ancora impegnati o appena andati in vacanza ed un mercato in piena attività. Ma cosa manca ancora ai campioni d’Italia? Nulla, secondo il procuratore sportivo Silvio Pagliari. «In questo momento è molto più avanti, in Italia, come organizzazione e come squadra. Anzi, prevedo che migliori ulteriormente con due fenomeni come Dani Alves e Pjanic in più».

Cosa portano in più Dani Alves e Pjanic?
«Quando uno come Dani Alves sceglie la Juve porta esperienza e consapevolezza, Pjanic qualità in quella posizione. Ritengo che sia lui a un anno di distanza il vero erede di Pirlo e che alla Juve potrà fare la storia».

Però non saranno gli unici acquisti. Su chi dovrebbe puntare la Juve?
«Alla Juve arriverà prima di tutto un grande attaccante, del calibro di Cavani o Lukaku, profili strutturati anche fisicamente. Per il resto non credo che servirà molto in più, Benatia in difesa sembra molto vicino mentre a centrocampo ritengo che un grande acquisto possa essere quello di Kanté».

Qualcuno però partirà. Prevede l’uscita di qualche big?
«Non credo che la Juve si indebolirà. A cominciare da Pogba, tutti i titolari penso proprio che resteranno. I sacrificati saranno giocatori che nella passata stagione per vari motivi non sono riusciti ad esprimersi al massimo, vedi Pereyra o Hernanes».

Quali sono i giovani su cui puntare?
«Ora si parla molto di Pjaça. Ma il croato era già molto forte anche prima, l’Europeo è servito solo a far lievitare il prezzo. Io però consiglio a tutti di tenere particolarmente sotto controllo Julian Brandt del Bayer Leverkusen. Ha tutto: talento, fiuto del gol, fisicità, esperienza anche a livello internazionale pur essendo solo del ’96».

A proposito di liste, come influirà il nuovo regolamento?
«Questa riforma quantomeno andrebbe rivista. Falsificherà molto l’equilibrio in campionato, tra realtà che hanno budget e bacini completamente diversi. Serviva un passaggio graduale, sarebbe bastato fare come in Premier mantenendo la richiesta solo su un numero complessivi di elementi cresciuti in Italia. E poi si parte da un assunto di base sbagliato, i giovani non devono giocare perché imposto da una legge ma perché se lo meritano. Così come al giorno d’oggi continuare a parlare di extracomunitari è un concetto riduttivo, obsoleto».

Guardando al contesto generale, che mercato sarà?
«Sarà un mercato che per colpa o merito degli Europei andrà un po’ a rilento, soprattutto in questa fase. Bisognerà avere la pazienza di aspettare i primi grandi colpi, che poi innescheranno a cascata tutti gli altri. In Italia poi bisognerà trovare nuove formule per vincere la concorrenza straniera, rispetto a vent’anni fa le gerarchie si sono invertite ed ora servono idee vincenti per battere chi ha budget e fatturati così dominanti»

Il colpo dell’estate?
«Non sarà facile fare operazioni migliori di quelle che hanno portato Daniel Alves e Pjanic alla Juve. Così come credo sia stato fin qui sottovalutato l’ingaggio di Banega da parte dell’Inter. Penso che anche alla fine del mercato questi potranno essere ricordati come i colpi migliori».

Quale sarà invece la sorpresa?
«Se qualche società dovesse arrivare a Milik farebbe un affare, soprattutto se dovessero essere confermate le cifre al di sotto dei 20 milioni di cui si parla. È un ’94 che deve ancora dimostrare tanto, ma che ha tutto per sfondare».

A proposito di Inter e Milan, cosa ne pensa di questo vento d’Oriente?
«L’Inter con l’arrivo dei cinesi farà qualcosa di importante già nell’immediato, il gruppo Suning è strutturato per provare ad ottenere grandi risultati. Più delicata la situazione legata al Milan, sono molto curioso di vedere come andrà a finire».

Saranno loro le rivali della Juve?
«In Italia credo che lo Scudetto possa solo perderlo lei, non vedo a oggi società in grado di contrastare il dominio bianconero. Anzi, vedo la Juve pronta a tentare l’assalto alla Champions, non sarà facile ma ci sono tutte le condizioni per provarci davvero».
FONTE TUTTOSPORT DEL 7 LUGLIO 2016

LE RISPOSTE CHE CI HA DATO JUVENTUS-BAYERN

Sono passati ormai 4 anni dall’inizio della ricostruzione Conte-Allegri e dopo l’exploit della scorsa stagione, quando si arrivò a una finale insperata, c’era tanta curiosità per vedere se questo famoso gap con le big europee fosse stato colmato oppure no. Ebbene la risposta è no. E lo è al di là della splendida mezzora finale che ha fatto tremare il Bayern. Non vorremmo, infatti, che i goal di Dybala e Sturaro avessero velocemente rimosso dagli occhi dei tifosi bianconeri ciò che la partita aveva mostrato fino al goal del talento argentino. Una Juventus impaurita, dominata a livello di psiche e gioco come mai si era visto dal post Calciopoli fino a oggi. Un possesso palla, umiliante, a favore dei bavaresi, sempre primi sul pallone, sempre più veloci, capaci di schiacciarci nella nostra metà campo e di portare tutti i bianconeri dietro la linea della palla. Certo, non sapremo mai se la reazione juventina del secondo tempo sia stata favorita da un Bayern rinunciatario in quanto convinto di aver già chiuso la pratica. Di sicuro c’è che non ci siamo ancora. La Juventus ha un’ottima intelaiatura, tanti giovani promettenti, tanti campioni già all’apice della carriera ma da qui a costruire una squadra capace di arrivare ogni anno tra le prime 8 o 4 della Champions, ahimè, ce ne passa ancora tanto. Prima o poi arriverà il momento in cui Andrea Agnelli e John Elkann dovranno decidere se tentare la scalata finale e quindi aprire il portafogli senza controbattere ogni euro come successo con Aguero, Sanchez, Goetze, Draxler ecc oppure accontentarsi di successi nazionali e quindi di diventare come una Ajax qualunque, nobile decaduta dal passato glorioso e presente e futuro incerti.

LE PROSPETTIVE FUTURE BIANCONERE

Siamo giunti a un punto di svolta. La partita di Verona, da non enfatizzare troppo vista la debolezza degli avversari, ci ha consegnato una Juventus al top della stagione. Mai, finora, aveva giocato così e mai aveva mostrato tutti i suoi interpreti al massimo della forma. Un ottimo viatico in vista dello scontro diretto contro il Napoli del 13 febbraio e dell’ottavo di Champions contro la corazzata bavarese. 12 vittorie consecutive e una crescita del collettivo impressionante sia come forma che come tattica. Morata 4 goal in un paio di giorni dopo mesi di digiuno, Alex Sandro in crescita esponenziale, Khedira che ha dato intelligenza al centrocampo e ha iniziato a infiltrarsi in area come il miglior Vidal, Pogba finalmente decisivo e dominatore del centrocampo. Dybala non ha nemmeno più bisogno di aggettivi. Una Juve che guarda al futuro con tantissimi suoi interpreti sotto i 25 anni.

CONTROINDICAZIONI – Questa Juve se la può giocare anche contro il Bayern e ha comunque già un piede in finale di Coppa Italia. Quali sono i rischi dietro l’angolo? Indubbiamente quello di aver speso moltissimo, psicologicamente e fisicamente, per recuperare posizioni in classifica con il rischio di crolli in primavera. Ma soprattutto c’è quel tarlo di non aver praticamente recuperato un solo punto al Napoli nonostante 12 vittorie consecutive: pesa, tantissimo, il pessimo avvio dei bianconeri. Allegri deve tenere vivo l’entusiasmo e questo stato di forma fisica perchè tra l’essere in corsa per tutto e il non vincere nulla ci passa pochissimo. In estate si cercherà di completare, e non sarà facile, questa squadra magnifica.

LE PRIME PAROLE MARSIGLIESI DI ISLA E DE CEGLIE

Prime parole per due ex banconeri. Arrivato all’Olympique Marsiglia nell’ambito dell’affare che ha portato Lemina alla Juventus, De Ceglie è soddisfatto della sua nuova avventura: «Sono molto contento. E’ stata una cosa improvvisa, ma sono davvero felice di essere qui. L’Olympique – dichiara il terzino sul sito ufficiale della società francese – ha una grande storia. I tifosi sono molto caldi e per me è una cosa positiva; è importante sapere che sono sempre al nostro fianco. Dobbiamo giocare tutte le partite per vincere, i risultati verranno di conseguenza».

ANCHE ISLA – Dalla Juventus, però, è arrivato anche il cileno Isla. Il sudamericano, intervistato anche lui dal sito ufficiale della società francese, ha dichiarato: «Sono molto contento e motivato. Questo è un club molto buono e ho aspettative positive. Sono arrivato in una squadra importante, è cresciuto con Bielsa e ha lottato con il PSG. Il calcio francese – dichiara l’esterno cileno – è molto competitivo, è una lega che negli ultimi anni è cresciuto molto. Non ho preferenze sul ruolo, fisicamente sto molto bene. Sono carico e pronto per iniziare questa avventura. Voglio giocare e fare bene con questa squadra». Per i due a Torino non c’era più spazio ma soprattutto il gradimento del tifo bianconero.